Breve presentazione del brano
“Non riconosco più la mia città” è un brano duro e inquieto sullo spaesamento di chi vede trasformarsi il proprio quartiere e teme di perdere appartenenza, memoria e identità.
Il testo parte dalla rabbia di chi non riconosce più i luoghi nei quali è cresciuto, ma evita di costruire un nemico semplice. Nel confronto con chi è arrivato da lontano emerge infatti una condizione comune: entrambi cercano una casa, dignità, radici e un posto nel quale poter vivere senza sentirsi estranei.
La rabbia finisce così per rivolgersi soprattutto contro chi governa i cambiamenti senza ascoltare le persone, lasciando residenti e nuovi arrivati soli nelle periferie.
Testo
Tutta la vita a cercare un posto,
un posto dove stare,
dove lavorare,
dove tornare la sera
senza sentirsi straniero a casa propria.
Poi un giorno guardi la strada,
e non riconosci più le voci,
non riconosci più i muri,
non riconosci più nemmeno te stesso.
Sono cresciuto tra questi palazzi,
cemento, fumo e bar,
con le chiavi nella tasca
e il futuro sempre più in là.
C’era il pane dal fornaio,
c’era il vecchio sul portone,
c’era un nome per ogni faccia,
c’era ancora una stagione.
Ora scendo giù per strada,
sento lingue che non so,
cartelli nuovi, facce nuove,
e mi chiedo dove andrò.
Non mi dire che è progresso,
non mi dire che va bene,
io non odio chi arriva,
non ho paura di chi viene.
Non voglio sparire,
e non contare mai,
anche se sono l’ultimo rimasto
in un posto che non c’è più.
Non riconosco più la mia città,
non riconosco più la mia via,
cambia il mondo alla finestra,
han cambiato casa mia.
Non riconosco più la mia città,
e mi brucia dentro il cuore,
voglio un posto anch’io nel mondo,
non soltanto fare rumore.
Dicono: apri le braccia,
non restare chiuso lì,
ma chi parla vive altrove,
non parcheggia mai qui.
Io faccio code, pago affitti,
conto i soldi a fine mese,
e mi sento sotto assedio
nella terra del mio paese.
Non è solo una bandiera,
non è solo religione,
è che cambia tutto intorno
senza una spiegazione.
Non mi dare del cattivo
se difendo ciò che ero,
non sono un santo buono,
ma nemmeno un uomo nero.
Sono solo uno che non vuole
finire cancellato,
con la rabbia nella gola
e un passato dimenticato.
Non riconosco più la mia città,
non riconosco più la mia via,
cambia il mondo alla finestra,
han cambiato casa mia.
Non riconosco più la mia città,
non riconosco più il mio nome,
cerco un posto dove stare,
ma trovo solo confusione.
Poi ti vedo alla fermata,
con due borse e gli occhi bassi,
tu che cerchi una promessa
sopra questi stessi sassi.
Nahnu nabhathu an makan li-taqalidina
Nahnu nabhathu an makan li-taqalidina
E mi viene quasi rabbia,
perché assomigli un po’ anche a me,
tu vuoi entrare in una vita
da cui buttan fuori me.
Tu cerchi casa, io cerco radici,
tu cerchi pane, io dignità,
tu sei arrivato da lontano,
io mi sono perso qua.
Nahnu nabhathu an makan li-taqalidina
Nahnu nabhathu an makan li-taqalidina
Allora grido contro il cielo,
contro porti e frontiere,
contro chi fa bei discorsi
e poi ci lascia nelle periferie.
Contro chi ci vuole poveri,
contro chi non paga mai,
contro chi ci mette in guerra
e poi scompare dai guai.
Perché il posto che difendo
forse non esiste più,
era un sogno di quartiere,
era infanzia, era identità.
Non riconosco più la mia città,
e non voglio odiare te,
ma non voglio scomparire,
e non lo voglio solo per me.
Nahnu nabhathu an makan li-taqalidina
Nahnu nabhathu an makan li-taqalidina
Non riconosco più la mia città,
e nessuno ascolta il dolore,
c’è chi arriva senza terra,
c’è chi resta senza cuore.
Non riconosco più la mia città,
se la rabbia ci guiderà,
non c’è posto per nessuno,
prima o poi tutto brucerà.
Nahnu nabhathu an makan li-taqalidina
Nahnu nabhathu an makan li-taqalidina
Non chiedermi di sorridere,
non chiedermi di far finta.
Non ho paura.
Sono solo incazzato.
Vedo cambiare il mio mondo
e nessuno mi ha chiesto niente.
Ma se ti guardo bene,
vedo che anche tu
stai cercando un posto.
E lo stai cercando qua.
E forse questa è la cosa
che ci farà più male.
Note
“Non riconosco più la mia città” racconta il disagio di chi assiste alla trasformazione del proprio ambiente e teme di perdere il legame con il luogo nel quale è cresciuto.
Il brano non nega il dolore di chi arriva da lontano, ma lo mette accanto a quello di chi si sente progressivamente escluso dalla propria città. Il residente cerca radici e identità; il nuovo arrivato cerca casa, pane e dignità. Entrambi desiderano un luogo nel quale poter conservare qualcosa di sé.
Il coro arabo:
Nahnu nabhathu an makan li-taqalidina
significa:
Cerchiamo un posto per le nostre tradizioni.
Questa frase dà voce all’altra parte del racconto e mostra che il bisogno di appartenenza non riguarda un solo popolo. Il conflitto nasce quando persone che condividono fragilità simili vengono lasciate sole, messe una contro l’altra e private di strumenti per comprendere il cambiamento.
L’alternanza tra voce principale, parti recitate e coro maschile arabo accompagna il passaggio dalla rabbia iniziale al riconoscimento finale: chi sembrava estraneo sta, in realtà, cercando anch’egli un posto nel mondo.
Il brano non propone una soluzione semplice. Avverte però che, quando il disagio non viene ascoltato e la rabbia prende il comando, non rimane più spazio per nessuno.
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