Divina Commedia – Inferno, brano 1
Descrizione
È il brano che apre l’intero viaggio della Divina Commedia e raccoglie soprattutto i Canti I–III dell’Inferno.
Dante si ritrova nella selva oscura, dopo avere perduto la «diritta via». Tenta di salire verso il colle illuminato dal sole, ma viene respinto dalle tre fiere. Incontra quindi Virgilio, che diventerà la sua guida.
Il viaggio conduce poi alla porta dell’Inferno, agli ignavi e infine all’Acheronte, dove compare Caronte.
Spiegazione
La selva rappresenta una condizione di smarrimento morale ed esistenziale. Il colle illuminato indica una possibile salvezza, ma non può essere raggiunta direttamente: prima occorre conoscere il male, comprenderlo e attraversarlo.
Le tre fiere rappresentano gli ostacoli e le passioni che impediscono a Dante di procedere. Virgilio rappresenta soprattutto la ragione umana.
La porta dell’Inferno segna il passaggio dallo smarrimento individuale alla conoscenza delle conseguenze delle scelte umane.
Testo del brano
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Non so più dove porta la strada,
la notte mi chiude, la luce è lontana,
tra rami contorti, tra pietre e paura,
cammino da solo nella selva oscura.
Ho perso la via che credevo sicura,
il passo si spezza, la notte mi giura
che niente ritorna com’era già stato,
che il mondo di prima è ormai cancellato.
Ma in alto una luce colpisce il pendio,
la guardo e per un attimo respiro anch’io.
Riprendo il cammino, risalgo la china,
ma un’ombra si muove, mi viene vicina.
Una lonza leggera mi chiude il sentiero,
un leone mi guarda, superbo e severo,
poi viene una lupa, affamata, infinita,
e indietro mi spinge, lontano dalla vita.
Nel mezzo del cammin di nostra vita,
la strada è perduta, la notte è infinita.
Scendi, scendi, dove il sole non va,
ogni passo più in basso la luce perderà.
Nel mezzo del cammin, non puoi più tornare,
c’è un’altra strada che devi attraversare.
Scendi, scendi, nel regno del dolore,
finché nell’ombra riconoscerai il cuore.
«Miserere di me», gridai a quell’ombra.
E una voce rispose:
«Non uomo, uomo già fui.»
Dal buio appare un volto antico e severo,
una voce tranquilla nel bosco più nero.
«Io fui poeta. Virgilio è il mio nome.
Se vuoi ritrovarti, dovrai andare altrove.
Non puoi superare la bestia che hai davanti,
conosco una strada tra grida e rimpianti.
Vedrai le anime senza più tempo,
ascolterai il dolore portato dal vento.
Ti guiderò dove la notte è più fonda,
dove ogni speranza lentamente sprofonda.
Poi un’altra guida ti porterà più su,
ma adesso vieni. Non fermarti più.»
Io guardo la selva,
io guardo il cammino,
la paura mi stringe,
ma Virgilio è vicino.
Un passo.
Poi un altro.
La terra sembra tremare.
Davanti a noi
una porta
che nessuno vorrebbe varcare.
Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.
Nel mezzo del cammin di nostra vita,
la porta è davanti, la scelta è finita.
Scendi, scendi, dove il sole non va,
ogni passo più in basso la luce perderà.
Nel mezzo del cammin, non puoi più tornare,
ora senti le anime gridare.
Scendi, scendi, nel regno del dolore,
dove anche il silenzio conosce il terrore.
Corrono nudi dietro a un’insegna,
senza una scelta, senza una consegna.
Non furono vivi, non vollero osare,
non seppero amare, non seppero odiare.
Mosconi e vespe gli mordono il volto,
sangue e lacrime cadono al suolo.
Non hanno memoria, non hanno destino,
li guardo passare e Virgilio è vicino.
«Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.»
La frase mi colpisce, tagliente, precisa.
Poi sento un fiume,
un’acqua nera,
una barca avanza
nella notte più vera.
«Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo!»
Caronte ci chiama dall’altra sponda,
gli occhi di brace, la voce profonda.
Le anime cadono una dopo l’altra
come foglie d’autunno strappate alla pianta.
La terra si scuote, il vento si alza,
un lampo vermiglio attraversa la calca.
La mente si spezza, non vedo più niente,
precipito a terra, scompare il presente.
Nel mezzo del cammin di nostra vita,
la strada è perduta, la porta è già aperta.
Scendi, scendi, dove il sole non va,
questo viaggio soltanto comincia da qua.
Nel mezzo del cammin, nell’eterna paura,
oltre la porta, oltre la selva oscura.
Scendi, scendi, nel ventre del dolore,
l’Inferno ci attende.
L’Inferno ha un cuore.
E caddi
come l’uom cui sonno piglia.
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