Fatti non foste a viver come bruti

Divina Commedia – Inferno, brano 4

Breve presentazione del brano

Fatti non foste a viver come bruti è dedicato al Canto XXVI dell’Inferno e alla figura di Ulisse, incontrato da Dante nell’ottava bolgia tra i consiglieri fraudolenti.

Ulisse e Diomede sono racchiusi insieme in una fiamma biforcuta. Dal fuoco emerge il racconto dell’ultimo viaggio di Ulisse: il desiderio di oltrepassare i limiti conosciuti, l’esortazione ai compagni a cercare virtù e conoscenza, l’attraversamento delle Colonne d’Ercole e infine il naufragio.

Significato del brano

Il brano mette al centro il fascino della conoscenza e, insieme, il rischio del “folle volo”. Ulisse non accetta il limite: vuole vedere ciò che nessuno ha visto, conoscere ciò che è oltre il confine imposto agli uomini.

La celebre esortazione “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” diventa il cuore musicale del brano. La spinta verso il sapere è potente e nobile, ma il viaggio mostra anche il prezzo di una ricerca che pretende di ignorare ogni misura.

Testo del brano

Dante
Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa…

di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia.

Sotto di noi mille lingue di fuoco,
ognuna nasconde una voce, un ricordo.
Non vedo più corpi, non vedo più volti,
soltanto fiamme che avvolgono i morti.

Una ne avanza divisa alla cima,
due anime insieme dentro una fiamma.
Virgilio mi dice:
«Là dentro son loro,
Ulisse e Diomede,
compagni nel fuoco.»

Ulisse…
Ulisse…

Dante
«Maestro, assai ten priego
che non mi facci de l’attender niego.»

Ulisse
Quando lasciai Circe
e il tempo fu passato,
né dolcezza di figlio,
né padre ormai invecchiato,

né l’amore dovuto
che Penelope attendeva
vinsero dentro il petto
la sete che cresceva.

Volevo conoscere.

Volevo vedere.

Del mondo, degli uomini,
del vizio e del valore.

Presi il mare aperto
con pochi compagni,
vecchi ormai come me,
ma ancora senza confini.

Dietro di noi
la casa.

Davanti
solo il mare.

Dietro di noi
la vita.

Davanti
ciò che nessuno osa cercare.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste
a viver come bruti,

ma per seguir virtute
e canoscenza!

Virtute!

Canoscenza!

Virtute!

Canoscenza!

Con questa orazion picciola
li feci così aguti,
che a pena avrei potuto
poi ritenerli tutti.

Remi facemmo ali
al folle nostro volo,
sempre più avanti,
sempre più soli.

A destra lasciammo Siviglia,
a sinistra Setta,
poi venne lo stretto,
la soglia proibita.

Le colonne d’Ercole
segnavano il confine:

«Fin qui l’uomo può andare.»

Ma io dissi:

«Andiamo oltre.»

Oltre… oltre…

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste
a viver come bruti,

ma per seguir virtute
e canoscenza!

Non siamo nati
per vivere e morire
senza conoscere
ciò che sta oltre il confine.

Oltre!

Oltre!

Oltre il limite!

Tutte le stelle dell’altro polo
vedemmo sorgere sopra di noi.
Il nostro mondo ormai era lontano,
nessuno sapeva dove fossimo ormai.

Cinque volte la luna
aveva acceso e spento la luce,
da quando entrammo
nel grande mare senza fine.

Poi apparve una montagna.

Bruna.

Lontana.

Più alta di qualunque
avessi mai veduta.

E noi ci rallegrammo.

Ma presto
il pianto arrivò.

Dalla terra nuova
nacque un turbine nero,
colpì la nostra nave
nel primo legno.

Tre volte la fece girare
con tutte l’acque intorno.

Alla quarta
la poppa salì.

La prua…

andò giù.

Ulisse
Com’altrui piacque.

Folle volo!

Folle volo!

La conoscenza chiama!

Il limite risponde!

Folle volo!

Folle volo!

L’uomo vuole sapere!

Il mare vuole il suo prezzo!

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste
a viver come bruti,

ma per seguir virtute
e canoscenza!

Anche se il mare
ci chiuderà la bocca,

anche se il cielo
non dirà il nostro nome,

noi siamo andati
dove nessuno andava,

oltre la notte,

oltre la paura,

oltre!

Virtute!

Canoscenza!

Oltre!

Ulisse
Infin che ’l mar
fu sovra noi richiuso.

Dante
E la fiamma
si allontanò.

Ma quelle parole
restarono nel buio.

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