Divina Commedia – Inferno, brano 5
Breve presentazione del brano
“Poscia, più che ’l dolor” è il brano dedicato al conte Ugolino e al Canto XXXIII dell’Inferno. Dante lo incontra nel ghiaccio di Cocito, dove Ugolino rode il capo dell’arcivescovo Ruggieri e rievoca la prigionia nella Torre della Muda, la fame e la morte dei giovani rinchiusi con lui.
Il brano alterna la voce di Dante narratore a quella di Ugolino e trasforma il racconto dantesco in una scena sonora cupa e glaciale, costruita su pulsazioni elettroniche, hard-techno, silenzi, voci spezzate e interventi corali.
Testo
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.
Nel ghiaccio di Cocito
non brucia più il fuoco,
le anime son ferme,
il tempo muore poco a poco.
Volti chini nel gelo,
lacrime diventate vetro,
odio che non finisce,
memoria che ritorna indietro.
Due corpi sono stretti
nell’eterna prigione:
uno divora l’altro
con rabbia e disperazione.
Gli chiedo chi sia,
perché tanto rancore.
Lui solleva la testa.
E ricomincia il dolore.
Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
Io fui conte Ugolino,
lui Ruggieri fu chiamato.
Tu vuoi sapere adesso
perché gli sono accanto.
Non basta dire il tradimento,
non basta dire la prigione,
quello che ancora morde
è un’altra dannazione.
Mi chiusero nella torre
con i figli intorno a me,
giorni senza risposta,
nessuno disse perché.
Poi udii inchiodare
la porta là sotto.
Li guardai negli occhi.
E non parlai più.
Un giorno.
Una notte.
Poi un altro sole.
Nessuno venne.
Nessuno aprì.
Restavano soltanto
la fame
e i loro occhi su di me.
Io non piangea,
sì dentro impetrai.
Piangevan elli,
e io non parlai.
Padre, padre,
che cosa ci accadrà?
Dentro quella torre
nessuno risponderà.
Io non piangea,
sì dentro impetrai.
Il dolore gridava,
ma io non gridai.
Anselmuccio mi guarda:
«Padre, che hai?»
Ma non ho più parole,
non so rispondere ormai.
Passano le ore,
la luce torna e muore,
vedo nel loro volto
riflesso il mio dolore.
Poi Gaddo cade a terra,
si getta ai miei piedi.
«Padre mio,
ché non m’aiuti?»
E io non posso.
Non posso salvarli.
Non posso nutrirli.
Non posso morire
al posto loro.
Uno dopo l’altro
li vedo cadere.
Uno dopo l’altro
smettono di chiamare.
Le mani cercano ancora
un corpo nel buio.
Ma il buio non risponde.
Il buio non restituisce nessuno.
Li chiamo per nome.
Una volta.
Dieci volte.
Cento volte.
Non resta che il silenzio
dentro la torre.
Io non piangea,
sì dentro impetrai.
Piangevan elli,
e io non parlai.
Padre, padre,
chi ci salverà?
Dentro quella torre
nessuno arriverà.
Io non piangea,
sì dentro impetrai.
Tra fame e dolore
rimasi, e aspettai.
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto…
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia,
più che ’l dolor,
poté ’l digiuno.
Nel ghiaccio resta Ugolino,
con la sua fame eterna.
Davanti a lui Ruggieri,
la sua vendetta ferma.
Non c’è perdono,
non c’è ritorno,
non c’è una porta
che riporti al giorno.
Solo due anime
legate nello stesso orrore:
chi tradì
e chi continua
a nutrirsi del dolore.
Io non piangea,
sì dentro impetrai.
Piangevan elli,
e io non parlai.
Padre, padre,
il tempo finirà?
Nel ghiaccio dell’Inferno
la memoria resterà.
Io non piangea,
sì dentro impetrai.
La torre è lontana,
ma io sono ancora là.
Poscia,
più che ’l dolor,
poté ’l digiuno.
Note
Il testo intreccia versi originali di Dante con parti moderne scritte per il brano. L’alternanza tra Dante e Ugolino consente di mantenere il racconto riconoscibile e, nello stesso tempo, di trasformarlo in una narrazione musicale contemporanea.
L’ambiente sonoro è volutamente freddo: vento, pulsazioni profonde, bassi distorti, silenzi improvvisi e coro maschile accompagnano la progressiva discesa nel ricordo della torre. Il contrasto tra la durezza della base techno e i momenti quasi recitati mette in evidenza la disperazione di Ugolino.
Significato del titolo
Il titolo riprende il verso con cui Ugolino conclude il racconto della propria prigionia: «Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno». È uno dei versi più celebri e discussi del canto. Nel brano diventa il punto di massima tensione: dopo la morte dei giovani, restano la fame, il silenzio e una memoria che nell’Inferno non può più spegnersi.
Il centro del brano non è soltanto la fame fisica, ma il rapporto fra tradimento, dolore e vendetta. Ugolino è vittima di una crudeltà estrema, ma nell’Inferno continua a essere legato al proprio nemico e a nutrirsi simbolicamente dello stesso rancore.
Ascolta il brano
Spotify: Ghigiot