Anime di fuoco e sangue

Divina Commedia – Inferno, brano 3

Breve presentazione del brano

Anime di fuoco e sangue riunisce tre incontri tra i più intensi dell’Inferno dantesco: Farinata degli Uberti, Pier delle Vigne e Brunetto Latini.

Tre personaggi diversi, tre condanne diverse, ma un elemento comune: nessuno di loro è ridotto a semplice ombra. Continuano a parlare, ricordare, difendere il proprio nome e la propria storia. Il brano attraversa così tombe infuocate, una selva di alberi sanguinanti e una distesa di sabbia battuta da una pioggia di fuoco.

Significato del brano

Il ritornello “Fuoco e sangue” lega le tre vicende attraverso i temi della memoria, dell’orgoglio, della dignità e del dolore. Farinata conserva intatta la fierezza politica; Pier delle Vigne racconta la tragedia dell’onore distrutto dalla calunnia; Brunetto resta per Dante la figura del maestro, capace ancora di incoraggiarlo e indicargli una strada.

Il centro del brano non è soltanto la pena infernale, ma la persistenza dell’identità umana: anche tra i dannati rimangono una voce, un nome, un ricordo.

Testo del brano

Dante
Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.

Cammino tra tombe che ardono ancora,
la pietra è rovente, non nasce l’aurora.
Dal fuoco una voce mi chiama improvvisa,
superba, potente, dal tempo non vinta.

Si alza Farinata dalla sepoltura,
dal petto in su, contro ogni paura.
Come se l’Inferno non fosse abbastanza
per piegare il suo volto, spezzare l’arroganza.

Farinata
«Chi fuor li maggior tui?»

Mi guarda negli occhi, domanda chi sono,
la guerra è finita, ma resta il suo tuono.
Firenze divide anche il regno dei morti,
Guelfi e Ghibellini, vendette e rapporti.

Brucia la pietra,
brucia la città,
ma l’uomo superbo
in piedi resterà.

Fuoco e sangue,
memoria e dolore,
l’Inferno può prendere il corpo,
ma non sempre il cuore.

Fuoco e sangue,
orgoglio e verità,
anche tra i dannati
una voce resterà.

Non piegare il capo,
non spezzare il nome,
quando tutto brucia
resta ciò che siamo.

Lasciamo le tombe, il fuoco si spegne,
ma un bosco contorto davanti si stende.
Non foglie, non frutti, non canto d’uccelli,
solo rami neri, nodosi, ribelli.

Virgilio mi dice:
«Spezza un ramoscello.»

Lo faccio.

E il sangue
mi scorre davanti.

Pier delle Vigne
«Perché mi schiante?
Non hai tu spirto di pietade alcuno?»

Io fui colui che tenne ambo le chiavi
del cor di Federigo, giorni dolci e giorni gravi.
Fedele al mio signore, fedele fino in fondo,
poi l’invidia versò il suo veleno nel mondo.

La corte mi accusò, la luce diventò nera,
la voce della menzogna fu più forte della vera.
Credendo con la morte di fuggire il disonore,
feci contro me stesso ciò che fece il dolore.

Ingiusto fece me
contra me giusto.

La mia anima cadde
in questa selva oscura,
e ciò che fu il mio corpo
ora è legno e paura.

Fuoco e sangue,
memoria e dolore,
l’Inferno può prendere il corpo,
ma non cancella il cuore.

Fuoco e sangue,
silenzio e verità,
dietro ogni condanna
una storia resterà.

Non spezzare il ramo,
non giudicare il nome,
anche dentro il legno
grida ancora un uomo.

Poi sabbia infuocata sotto i nostri piedi,
fiamme che cadono, più fitte che mai.
Corrono anime lungo l’argine ardente,
una mi riconosce e mi chiama improvvisamente.

Mi prende la veste.

Mi guarda.

Io lo riconosco.

Dante
«Siete voi qui, ser Brunetto?»

Brunetto
«O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco ritorna.»

Camminiamo insieme, ma lui non può fermarsi,
chi sosta un momento dovrà cento anni bruciarsi.

Mi parla di Firenze,
del mio futuro,
di gente ingrata
e di un cammino duro.

Brunetto
«Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorioso porto.»

Ma io lo guardo correre nel fuoco,
maestro d’un tempo, ormai lontano e poco.
E dentro quell’Inferno ancora sento
la voce di chi insegnò conoscenza e pensamento.

Tre uomini.

Tre condanne.

Tre voci nel buio.

Farinata non piega la schiena.

Pier delle Vigne sanguina ancora.

Brunetto corre
sotto una pioggia di fuoco.

Ma parlano.

Ricordano.

Restano.

Fuoco e sangue,
memoria e dolore,
l’Inferno può prendere il corpo,
ma non spegnere ogni voce.

Fuoco e sangue,
orgoglio e verità,
anche tra i dannati
qualcosa resterà.

Un nome nella pietra,
una voce dentro il legno,
un maestro sotto il fuoco,
un ricordo,
un segno.

Fuoco e sangue!

Fuoco e sangue!

Nel regno del dolore
parla ancora l’uomo.

Dante
Poi si rivolse,
e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde…

e parve di costoro
quelli che vince,
non colui che perde.

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