Divina Commedia – Purgatorio, brano 2
Breve presentazione del brano
“Non è il mondan romore altro ch’un fiato” è il secondo brano del ciclo dedicato al Purgatorio e affronta il tema della superbia, della fama e della precarietà della gloria umana.
Dante incontra i superbi costretti a procedere curvi sotto pesanti massi. Chi in vita aveva cercato di innalzarsi sopra gli altri è ora obbligato a piegare il capo. Al centro del brano c’è Oderisi da Gubbio, che riconosce quanto sia breve la fama e come ogni nome venga prima o poi superato da un altro.
Testo
O superbi cristian, miseri lassi,
che, de la vista de la mente infermi,
fidanza avete ne’ retrosi passi…
La porta è alle spalle,
comincia la salita.
La roccia si stringe,
la strada è scolpita.
Sul marmo appaiono
immagini vive:
Maria che si inchina,
David che danza,
Traiano che ascolta
la voce di una vedova.
Prima della superbia
Dante deve guardare
la forza di chi sa
chinarsi senza cadere.
Non sempre è grande
chi sta più in alto.
Non sempre è forte
chi non piega il capo.
Oh vana gloria
de l’umane posse!
Non è il mondan romore
altro ch’un fiato
di vento,
ch’or vien quinci
e or vien quindi,
e muta nome
perché muta lato.
Poi vengono loro,
curvati alla terra,
ognuno sostiene
una pietra sulla schiena.
Camminano lenti,
il volto abbassato,
chi volle salire
ora procede piegato.
Portarono il nome
come fosse una corona,
cercarono gloria,
potere, memoria.
Ora ogni passo
ricorda una cosa:
l’uomo che si crede gigante
torna polvere.
Polvere.
Nome.
Memoria.
Vento.
Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola talvolta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto…
Tra quelle anime
una voce mi chiama.
È Oderisi da Gubbio,
maestro della miniatura.
Un tempo cercava
la fama e l’onore,
ora guarda la terra
e conosce il valore
di quanto sia breve
il rumore del mondo,
di quanto ogni nome
si perda nel fondo.
Frate, più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
Oh vana gloria de l’umane posse!
com poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!
Non è il mondan romore
altro ch’un fiato
di vento,
ch’or vien quinci
e or vien quindi,
e muta nome
perché muta lato.
Oh vana gloria
de l’umane posse!
Oggi pronunciano il tuo nome.
Domani
il vento ne porta un altro.
Cimabue credette
di tenere il campo.
Poi venne Giotto
e oscurò la sua fama.
Un Guido tolse all’altro
la gloria della lingua,
e forse è già nato
chi caccerà entrambi dal nido.
Così passa la fama.
Così cambia la voce.
Un nome diventa grande
e subito un altro lo cancella.
Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.
Che cosa resta
quando nessuno pronuncia più il nome?
Che cosa resta
quando la gloria diventa silenzio?
Dante continua a salire.
Sotto i suoi piedi
altre immagini raccontano
la caduta dei superbi.
Lucifero precipita.
Nembrot resta confuso.
Niobe piange.
Troia diventa cenere.
La pietra insegna
ciò che gli uomini dimenticano.
Guarda.
Ricorda.
Cammina.
Sali.
Non è il mondan romore
altro ch’un fiato
di vento,
ch’or vien quinci
e or vien quindi,
e muta nome
perché muta lato.
Oh vana gloria
de l’umane posse!
La gloria passa.
Il nome svanisce.
Ma chi lascia il peso
può tornare a salire.
A noi venìa la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.
L’angelo apre le ali.
Una lettera scompare.
La fronte diventa più lieve.
Anche il passo.
Beati pauperes spiritu…
Ahi quanto son diverse quelle foci
da l’infernali!
Note
Il brano intreccia versi originali del Purgatorio con parti moderne. La base mantiene una pulsazione elettronica forte ma più controllata rispetto ai brani dell’Inferno: il peso ritmico accompagna il passo faticoso dei superbi, mentre campane, cori e aperture melodiche segnano il progressivo alleggerimento.
Oderisi da Gubbio è il centro morale del brano. Attraverso il confronto fra Cimabue e Giotto e fra i poeti Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti, Dante mostra quanto rapidamente la fama cambi padrone. La gloria che sembra assoluta nel presente è soltanto temporanea.
Significato del titolo
Il titolo riprende uno dei versi più significativi del Canto XI: «Non è il mondan romore altro ch’un fiato / di vento». La fama umana è paragonata a un soffio che cambia direzione e nome: oggi celebra una persona, domani un’altra.
Il masso portato dai superbi diventa così il simbolo del peso dell’ego. La salita può riprendere soltanto quando quel peso comincia a diminuire. L’angelo che cancella una delle sette P dalla fronte di Dante rende visibile questa trasformazione.
Ascolta il brano
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