Dal Canto V de l’Inferno – Divina Commedia di Dante
Breve presentazione del brano
Brano ispirato al celebre episodio di Paolo e Francesca nel canto V dell’Inferno di Dante Alighieri.
Nel vortice infernale dei lussuriosi, Francesca racconta a Dante la nascita del suo amore proibito per Paolo: una lettura condivisa, gli sguardi, il turbamento, il bacio fatale. “Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse”: da quel momento nulla poté più tornare come prima.
Il testo mantiene il fascino del volgare dantesco, mentre la musica lo trasporta in una dimensione moderna, oscura e pulsante, con atmosfere elettroniche, ritmo potente e tensione tragica.
Una canzone sull’amore che travolge, sulla passione che acceca e sul confine sottile tra desiderio, colpa e destino.
Versi ispiratori:
“Amor condusse noi ad una morte.”
“Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse.”
“E caddi come corpo morto cade.”
Testo
Canto V – Inferno – girone lussuriosi
Testo volgare medievale
O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Amor condusse noi ad una morte.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense.
Caina attende chi a vita ci spense.
Amor, amor, amor.
Amor, amor, amor.
Amor condusse noi
ad una morte.
Amor, amor, amor.
Amor, amor, amor.
Ancor non m’abbandona.
Ancor non m’abbandona.
Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?
Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.
Galeotto fu ’l libro.
Galeotto fu ’l libro.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse.
Amor, amor, amor.
Amor condusse noi
ad una morte.
Galeotto fu ’l libro.
Galeotto chi lo scrisse.
Quel giorno più non vi leggemmo avante.
Amor, amor, amor.
Ancor non m’abbandona.
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
Traduzione italiana
O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Amor condusse noi ad una morte.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense.
Caina attende chi a vita ci spense.
Amor, amor, amor.
Amor, amor, amor.
Amor condusse noi
ad una morte.
Amor, amor, amor.
Amor, amor, amor.
Ancor non m’abbandona.
Ancor non m’abbandona.
Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?
Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.
Galeotto fu ’l libro.
Galeotto fu ’l libro.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse.
Amor, amor, amor.
Amor condusse noi
ad una morte.
Galeotto fu ’l libro.
Galeotto chi lo scrisse.
Quel giorno più non vi leggemmo avante.
Amor, amor, amor.
Ancor non m’abbandona.
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
Cantemus dum vivimus
Nuova versione latina
1.
Cantemus dum vivimus,
Lux in corde ardet;
Floret aetas tenera,
Fugit hora celeris,
Terra nos exspectat.
2.
Qui fuerunt ante nos,
Umbrae iam tacent;
Alii caelum petierunt,
Alii noctem transierunt,
Nomen tantum manet.
3.
Brevis cursus hominum,
Ventus nos impellit;
Mors ad portas ambulat,
Nulla dona respicit,
Omnes una vocat.
4.
Salve domus studii,
Salvete doctores;
Salve mens quaerentium,
Salve vox discentium,
Crescant semper flores.
5.
Vivant corda iuvenum,
Clara, generosa;
Vivat risus sobrius,
Vivat amor candidus,
Vita sit iocosa.
6.
Vivat urbs et patria,
Vivat qui custodit;
Vivat manus largior,
Vivat sermo liberior,
Qui sapientiam nutrit.
7.
Cedat atra maestitia,
Cedant verba vana;
Rideamus improbos,
Vincat lumen animos,
Cantet turba sana.
Traduzione italiana
1.
Cantiamo finché viviamo,
la luce arde nel cuore;
fiorisce la tenera età,
l’ora fugge veloce,
la terra ci attende.
2.
Coloro che furono prima di noi
ormai tacciono come ombre;
alcuni cercarono il cielo,
altri attraversarono la notte,
rimane soltanto il nome.
3.
Breve è il cammino degli uomini,
il vento ci sospinge;
la morte cammina alle porte,
non guarda doni né ricchezze,
chiama tutti allo stesso modo.
4.
Salve, casa dello studio,
salve, dottori e maestri;
salve, mente di chi cerca,
salve, voce di chi impara,
crescano sempre i fiori.
5.
Vivano i cuori dei giovani,
limpidi e generosi;
viva il riso sobrio,
viva l’amore sincero,
la vita sia gioiosa.
6.
Viva la città e la patria,
viva chi le custodisce;
viva la mano generosa,
viva la parola più libera,
che nutre la sapienza.
7.
Si allontani la nera tristezza,
si allontanino le parole vane;
ridiamo degli uomini malvagi,
vinca la luce negli animi,
canti una folla sana.
Note
Francesca dice a Dante che è nata a Ravenna, vicino al mare dove il Po sfocia con i suoi rami. Poi racconta che l’amore prese Paolo per la sua bellezza e prese anche lei con tale forza che ancora, nell’Inferno, non l’abbandona.
Il punto decisivo arriva quando Dante le chiede come nacque il loro amore. Francesca risponde che leggevano insieme la storia di Lancillotto e Ginevra. La lettura li turbò più volte, finché arrivarono al passo del bacio. Allora Paolo, tremando, baciò Francesca. Da quel momento non lessero più.
La frase:
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse
il libro fece da intermediario, da complice, come Galeotto nella leggenda arturiana favorì l’amore tra Lancillotto e Ginevra.
Il finale è potentissimo: Paolo piange in silenzio, Francesca parla, e Dante sviene per la pietà.
Paolo e Francesca non sono soltanto personaggi letterari: furono figure realmente legate alle vicende politiche delle famiglie nobiliari romagnole del Duecento.
Francesca da Polenta, detta Francesca da Rimini, nacque probabilmente a Ravenna intorno alla metà del XIII secolo. Era figlia di Guido da Polenta, signore di Ravenna. Per ragioni politiche fu data in sposa a Gianciotto Malatesta, detto anche Giovanni lo Sciancato, appartenente alla potente famiglia dei Malatesta di Rimini.
Il matrimonio serviva a consolidare l’alleanza tra i Da Polenta e i Malatesta, due famiglie importanti ma coinvolte nelle lotte politiche del tempo.
Secondo la tradizione, Francesca si innamorò di Paolo Malatesta, fratello di Gianciotto. Paolo era uomo politico e condottiero, noto anche come Paolo il Bello. La relazione tra Paolo e Francesca sarebbe stata scoperta da Gianciotto, che li avrebbe uccisi entrambi, probabilmente tra il 1283 e il 1285.
Le fonti storiche sono scarse e non permettono di ricostruire con certezza tutti i dettagli. È Dante, nel canto V dell’Inferno, a trasformare questa vicenda familiare e politica in uno dei più celebri racconti d’amore tragico della letteratura mondiale.